Pennette alla vodka e Cuba Libre, nostalgia degli Anni ’80

di Jusy Coppola

Erano gli anni della rivalità tra Spandau Ballet e Duran Duran, ma anche dei miti come David Bowie, Queen, Madonna; gli anni della musica dei Depeche Mode, delle sonorità di George Michael e della raucedine del boss Bruce Springsteen. Erano gli anni della “Milano da bere”, delle feste, dei cocktail, dell’edonismo.

E sulle tavole si rincorrevano alcuni piatti che hanno segnato un’epoca. Tutti buoni sotto il profilo culinario? Non esattamente, ma erano comunque lo specchio dell’allegria, della voglia di vivere e, se vogliamo, di una certa opulenza dell’epoca. E anche della ricerca di un’identità, che si manifestava nell’ondeggiare dal fast food ai primi esperimenti vegetariani.

E allora fiumi di panna (nella pasta, sul pesce, con la carne, con la salsiccia, col salmone, con il prosciutto, con i funghi, i piselli, sui dolci), salmone a gò-gò, e poi budini, maionese, gelatine. Chef Barbieri oggi li definirebbe per lo più “mappazzoni”, eppure all’epoca non c’era trattoria, ristorante, catering o festa privata che non ne presentasse una qualche versione.

Andando a memoria: tortellini panna prosciutto e piselli, farfalle alla polpa di granchio, riso alla crema di scampi, pennette al salmone, filetto al pepe verde, rucola ad “abbellire” qualunque cosa. Ma se dovessimo scegliere un piatto su tutti, non potremmo che ricadere nelle mitiche pennette (o penne, come nella foto di copertina) alla vodka. Oggi praticamente estinte, spazzate via da qualunque menù, all’epoca erano le dominatrici assolute delle cucine, sospese tra saporito e sapido, inondate di panna con il gusto della vodka.

Come non ricordare poi l’accostamento “mare monti”, anch’esso immancabile in ogni menu che si rispettasse. Non solo negli antipasti (cosa in voga ancora oggi), ma sulle fettuccine, sulla pizza e ovunque potesse avere, diciamo così, un senso.

Si passava da un estremo all’altro: dalle tartine al caviale e il cocktail di gamberi per i più chic, alle uova ripiene (di qualunque salsa, su tutte la mousse di tonno), molto popolari.

E i secondi? Trionfava la selvaggina. Faraone e fagiani adagiate sulla polentata della domenica o rivisitate con pennellate di gelatina.

Cuba_libreCome detto, era anche l’epoca dei cocktail, dell’aperitivo (il termine happy hour non era stato ancora coniato). In questo campo c’era una vastità di offerta incredibile, con storici abbinamenti, rivisitazioni e nuove creazioni.

Come l’Alexander, un cocktail che compare già nelle prime guide di inizio Novecento, ma negli anni Ottanta vive un vero e proprio boom (preparazione: 3 cl di Cognac, 3 cl di Crème de cacao bruna, 3 cl di panna fresca. Dopo aver shakerato il tutto con ghiaccio, va decorato con della noce moscata).

Oppure il Long Island Iced Tea, inventato tra il 1980 e il 1987 presso il Babylon, sull’isola di Long Island a New York, dall’aspetto simile al the freddo ma senza vederne l’ombra all’interno (preparazione: 1,5 cl di vodka, 1,5 cl di rum bianco, 1,5 cl di triple sec, 1,5 cl di gin, 2,5 succo di limone fresco, 3 cl di sciroppo di zucchero, 1 spruzzo di Coca-Cola).

Ma se le penne alla vodka sono il vero must Anni ’80, lo stesso si può dire per l’intramontabile Cuba Libre, la cui origine è incerta (preparazione: 45 ml di rum bianco, lime, coca cola, ghiaccio). L’ipotesi più accreditata è che che il Cuba Libre nasca tra il 1900 e il 1902 a L’Avana, durante la Guerra ispano-americana e la conquista dell’indipendenza di Cuba dalla Spagna con l’aiuto degli Stati Uniti. I soldati cubani e statunitensi erano soliti mescolare la Coca Cola, importata a Cuba per la prima volta proprio in quegli anni, con il rum. Sia come sia, grazie anche alla facilità di composizione, il Cuba Libre ha accompagnato la crescita di generazioni di adolescenti. Diciamoci la verità: se gli Anni ’60 sono stati “favolosi”, quelli ’80 sono stati “pirotecnici”.

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